Dalla pancia della mamma alla scuola dell’infanzia: come e quando i bambini imparano a riconoscere, capire e gestire le proprie emozioni. Testo a cura di Ilaria Tuveri, Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva.

“Tutti sanno cos’è un’emozione, finché non gli viene chiesto di darne una definizione”.

Questa affermazione, formulata dagli psicologi Fehr e Russell nel 1984, fa intuire come definire cosa sia un’emozione sia una sfida che, ancor oggi, metta in discussione gli studiosi. In generale, le ultime avanguardie scientifiche hanno trovato accordo nel definire l’emozione come
“un’esperienza complessa, multicomponenziale e processuale, che svolge un ruolo di organizzatore cognitivo-affettivo e che media il rapporto tra l’organismo e l’ambiente, consentendo all’organismo stesso di adattarsi ad una situazione, più o meno attesa”.

Questa definizione, seppur accurata, sembra rendere ancora più complesso l’argomento in questione: proveremo, dunque, a sviscerare alcuni elementi delle emozioni, per comprendere al meglio come si sviluppano nella prima infanzia e come supportare il bambino nella sua crescita emotiva.

Che cosa sono le emozioni e a cosa servono

Secondo la “Component Process Theory”, l’emozione ha cinque componenti principali, le quali corrispondono a cinque differenti funzioni.

  • La componente cognitiva – ha il compito di valutare lo stimolo emotivo.
  • L’attivazione fisiologica – gestisce la regolazione delle risposte viscerali e automatiche dell’organismo.
  • La componente motivazionale – ha il compito predisporre l’individuo ad attuare la risposta comportamentale più adeguata.
  • La componente espressivo-motoria – è utile per informare l’altro sullo stato della propria reazione e delle proprie risposte comportamentali.
  • La componente soggettiva – rappresenta il vissuto interno legato a una specifica esperienza emotiva.

 

Il cervello delle emozioni

“Dimmi, dove nasce l’amore: nel cervello o nel cuore?” (Shakespeare, 1597)

Sebbene le emozioni, nell’immaginario poetico comune, siano associate al cuore, in verità i diversi studi neurofisiologici hanno confermato che coinvolgono, in maniera diretta, il sistema nervoso.

Nell’analizzare il ruolo del sistema nervoso nel generare una emozione bisogna considerare la totalità della rete neurale che coinvolge l’intero cervello a livello corticale e subcorticale.  Esistono, però, alcune strutture specifiche deputate al controllo delle emozioni, e queste appartengono a quello che viene definito il sistema limbico. Questo sistema è composto da: amigdala, giro del cingolo, ipotalamo, ippocampo e fornice. Andiamo a definire alcune delle strutture principali.

L’amigdala è la componente più antica, strettamente legata alla sopravvivenza della specie, e per questo implicata nelle manifestazioni comportamentali della paura. L’ippocampo è il centro della memorizzazione e apprendimento.

L’ipotalamo regola le emozioni in relazione all’attivazione del sistema nervoso periferico e delle funzioni autonome, quali la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, la respirazione e l’attività digestiva.

 

Osservare e valutare lo sviluppo emotivo

Secondo Susanne Denham, psicologa dell’età evolutiva specializzata nello sviluppo sociale ed emotivo infantile, sono tre le abilità che rendono un individuo emotivamente — e quindi socialmente — competente: espressione, comprensione e regolazione. Sono proprio queste tre dimensioni a guidare, tappa dopo tappa, lo sviluppo emotivo in età evolutiva.

Prima ancora di nascere: il legame comincia in gravidanza

Molte mamme raccontano di aver imparato a conoscere il carattere dei propri figli già durante la gravidanza. È il caso di una testimonianza di una mamma:

“Ho avuto tre figli e di ognuno ho imparato a conoscere carattere e abitudini già quando erano nella mia pancia! Al primo piaceva quando ascoltavo musica classica o passeggiavo. Il secondo aveva un bel caratterino già prima di nascere! Durante questa gravidanza il papà era più partecipe e provava grande soddisfazione a ricevere calcetti come risposte. Il terzo era tranquillo e sembrava gradire le carezze dei fratellini! Soprattutto con l’ultima gravidanza abbiamo vissuto momenti magici, in cui, tutti uniti intorno alla mia pancia, già ci sentivamo una grande famiglia!

La ricerca conferma che, già nel grembo materno, si pongono le basi della relazione affettiva del genitore con il proprio figlio.

Durante il primo trimestre, ancora prima che si sviluppi il senso dell’udito, il feto percepisce le vibrazioni trasmesse dal liquido amniotico. È il momento in cui si può iniziare a parlare al bambino, cantargli canzoni, raccontargli una fiaba.

Nel secondo trimestre, individuata la posizione del feto, la madre può massaggiarlo delicatamente o proporre piccoli “giochi tattili”, posando la mano sulla pancia, dando lievi colpetti e aspettando una risposta.

Infine, nel terzo trimestre si può far ascoltare musica, privilegiando brani capaci di suscitare emozioni positive nella madre, il cui benessere si riflette anche sul bambino.

I primi mesi di vita: nasce il legame di attaccamento

Alla nascita il bambino è già un individuo attivo, e l’intero processo di crescita affettiva si basa sulla diade “natura-cultura”: indubbiamente, lo sviluppo affettivo non può verificarsi senza la maturazione fisiologica e neurologica delle strutture e dei substrati biologici, ma vero è anche che, almeno nei primi anni di vita, nessuna esperienza può essere interiorizzata in assenza della sintonizzazione affettiva con il caregiver.

Da un punto di vista espressivo nei primi mesi di vita postnatale non si può parlare di emozioni vere e proprie, ma di prototipi fisiologici. È dopo il terzo mese che iniziano a manifestarsi, a livello corporeo, le prime manifestazioni emotive. Una tappa fondamentale è il “sorriso sociale”, in quanto rappresenta una conseguenza diretta del riconoscimento di stimoli percettivi-visivi del volto e uditivi della voce. Parallelamente agli stati affettivi piacevoli, dopo il terzo mese anche le manifestazioni di dispiacere assumono un carattere più specifico: ad esempio, il bambino esprime dispiacere quando il caregiver lo abbandona, iniziando a piangere.

L’esperienza degli affetti spiacevoli, durante il primo anno di vita, è importante tanto quanto quella degli affetti piacevoli: entrambi cooperano alla formazione della psiche, e l’assenza di uno dei due conduce, inevitabilmente, a uno squilibrio. Percepire e gestire le frustrazioni rappresenta una componente fondamentale di uno sviluppo emotivo sano.

Da un punto di vista della regolazione emotiva, già dal primo mese compaiono le prime competenze di autoregolazione, attraverso la suzione del pollice e attraverso la ricerca di conforto nelle figure di accudimento.

Infine, da un punto di vista della comprensione emotiva, non ci si riferisce ancora a una componente cognitiva, ma a un processo di sintonizzazione e di motivazione sociale: sicuramente il neonato coglie i segnali emotivi attraverso l’espressività corporea, mimica e vocale dell’adulto, subisce il contagio emotivo, e, inoltre, già nelle prime settimane di vita, mostra una predilezione per gli stimoli sociali e una discriminazione da quelli non-sociali, imitando le espressioni facciali, grazie al sistema dei neuroni specchio.

Da 1 a 3 anni: nasce il senso di sé

Con l’ingresso nella prima infanzia, il bambino compie un salto evolutivo importante: l’espressione delle emozioni viene influenzata dallo sviluppo dell’intelligenza rappresentativo-simbolica e dalla comparsa del linguaggio verbale.

Il bambino accede al gioco socio-drammatico, il quale gli conferisce la possibilità di assumere e interpretare ruoli sociali differenti dal proprio, associando comportamenti, emozioni e desideri alle azioni altrui. Inoltre, durante il gioco, l’esplosione del linguaggio comporta la costruzione di comportamenti di reciprocità sempre più strutturati.

La comprensione si sviluppa attraverso quella che gli studiosi definiscono “social referecing”, ossia “fare riferimento al volto e alla voce del caregiver per comprendere quale sia l’emozione appropriata alla situazione”: è attraverso quest’ultimo processo che il bambino inizia a costituire il proprio repertorio emotivo.

In questa fase, la regolazione è ancora quasi interamente mediata dai genitori, ed è, solitamente, il periodo più critico, in quanto la corteccia prefrontale dorso-laterale, sede delle funzioni esecutive e della regolazione emotivo-comportamentale, non è ancora pienamente matura.

L’età prescolare: verso l’autonomia emotiva

Durante il periodo prescolare, in cui il bambino inizia a frequentare la scuola dell’infanzia, si verifica una esplosione delle competenze cognitive e linguistiche, e ciò si ripercuote anche sullo sviluppo socio-emotivo.

Da un punto di vista espressivo, il bambino risulta ora in grado di esprimere anche le emozioni più complesse; inoltre, le emozioni rientrano sempre più spesso e in maniera più specifica nell’interazione con gli altri, sia coetanei sia adulti.

Durante questo periodo evolutivo si intensifica anche la comprensione delle emozioni, associata al riconoscimento delle cause situazionali, del ruolo dei desideri, della relazione con i ricordi e della risoluzione dei compiti di falsa credenza. Inoltre, dai quattro anni, il bambino acquisisce la capacità di assumere la prospettiva dell’altro e accede a una teoria della mente: questo rappresenta un passaggio fondamentale nella comprensione delle emozioni altrui, perché conduce il bambino a decodificare e condividere lo stato emotivo esperito dall’altra persona, non sulla base di quello che il bambino stesso sente o desidera, ma in base a quello che il bambino pensa che gli altri sentono o desiderano.

La funzione regolativa si consolida grazie ai processi di identificazione, all’interiorizzazione delle regole sociali e ai primi tentativi di autoregolazione autonoma.

È il periodo in cui tutte queste conquiste convergono verso due traguardi fondamentali: l’autoefficacia e l’autonomia emotiva, basi su cui il bambino costruirà, negli anni successivi, la propria competenza sociale e relazionale.

Quali i benefici di uno buono sviluppo emotivo?

Essere adulti emotivamente competenti significa essere in grado di adattarsi maggiormente alle diverse situazioni e avere migliori capacità sociali e relazionali: in sintesi, vivere in uno stato di maggior benessere psico-fisico. E le basi per questo benessere si pongono, come abbiamo visto, sin dai primi mesi di vita del bambino.

Abbiamo ripercorso, in breve, tutte le principali tappe dello sviluppo emotivo — dal grembo materno alla scuola dell’infanzia — e, in tutto questo percorso di crescita, emerge con chiarezza un dato che la ricerca scientifica conferma sempre di più: l’educazione emotiva comincia nella quotidianità, e viene esperita, prima ancora che insegnata, fin dall’inizio della vita di un essere umano.

In tutte le fasi dello sviluppo, fondamentale è il ruolo delle figure di accudimento, che a partire dal contenimento corporeo e dal dialogo tonico-emozionale nei primi mesi, arrivano a rendere il soggetto sempre più autonomo ed emotivamente competente. La sicurezza e la fiducia che un caregiver mostra nei confronti del bambino condizionano e determinano lo sviluppo del Sé, e la percezione che un bambino ha di se stesso determina le modalità di risposta conseguenti.

Come scrive lo psicologo Simon Baron-Cohen:”Ciò che dà al bambino chi se ne prende cura in quei primi anni critici è come una pentola d’oro interiore. L’idea è che ciò che un genitore può dare al figlio colmandolo di emozioni positive è un dono più prezioso di qualsiasi cosa materiale. Questa pentola d’oro interiore è qualcosa che il bambino può portare con sè per la vita […]. Questa pentola d’oro interiore è ciò che conferisce all’individuo la forza di affrontare quelle sfide, la capacità di riprendersi dalle avversità, la capacità di mostrare di soffrire e gioire nell’intimo con gli altri e nella relazione con gli altri.” (Baron-Cohen, 2012)

Ed è qui che si comprende perché prendersi cura dello sviluppo emotivo nei primi anni di vita sia tutt’altro che secondario: quella pentola d’oro non resta un ricordo d’infanzia, ma diventa la risorsa a cui l’adulto di domani attingerà nei momenti di difficoltà, nelle relazioni che costruirà, nella capacità di rialzarsi dopo una caduta. Un bambino a cui sono state date le basi per riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni sarà, con ogni probabilità, un adulto capace di affrontare le sfide della vita con maggiore forza, resilienza e apertura verso l’altro.

Prendersi cura dello sviluppo emotivo dei più piccoli è un compito dei genitori, una responsabilità condivisa da educatori, pediatri e da tutta la comunità che circonda il bambino. Perché ogni emozione accolta, nominata e compresa oggi è oro che riempie, goccia dopo goccia, la pentola interiore dell’adulto di domani.

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