Cosa sono davvero i DSA?
Quando si parla di DSA – Disturbi Specifici dell’Apprendimento – si fa riferimento a un’attitudine differente nel modo di apprendere lettura, scrittura, grafia e calcolo. Sono definiti “disturbi” perché riguardano l’assetto neurobiologico della persona e quindi accompagnano l’individuo lungo tutto l’arco della vita: possono migliorare nel tempo grazie a strategie adeguate, ma non si “guarisce” in senso stretto.
Sono “specifici” perché interessano determinati processi di apprendimento e non l’intelligenza generale. Per poter parlare di DSA, infatti, le competenze cognitive devono essere nella norma. Questo è un punto fondamentale, ancora oggi oggetto di fraintendimenti: i bambini e i ragazzi con DSA sono intelligenti, spesso molto brillanti, ma apprendono attraverso percorsi diversi.
La matrice è evolutiva: significa che le manifestazioni possono modificarsi nel tempo e che un’identificazione precoce permette di intervenire prima, costruendo strategie e strumenti su misura. La diagnosi non è un’etichetta, ma un punto di partenza per attivare risorse.
Il peso invisibile: gli aspetti emotivi
Accanto alle difficoltà strumentali, esiste una dimensione meno visibile ma altrettanto importante: quella emotiva. Gli studenti con DSA possono sperimentare, come conseguenza ad una mancata comprensione, demoralizzazione, scarsa autostima, difficoltà nelle relazioni con i pari e livelli elevati di ansia,
In adolescenza, la presenza di un DSA sembra correlare con un maggior rischio di sintomi internalizzanti: ritiro sociale, depressione, ansia, senso di inadeguatezza. Non è raro che questi ragazzi si sentano “diversi” o poco compresi. A volte la frustrazione si trasforma in rabbia, con possibili problemi di condotta. Uno dei vissuti più frequenti è l’ansia. Ma cos’è l’ansia? È uno stato di attivazione psico-fisiologica che si prova quando ci si percepisce esposti a un pericolo o a una minaccia, reale o anticipata. In piccole dosi è funzionale alla sopravvivenza; diventa problematica quando interferisce con la quotidianità.
Nei ragazzi può manifestarsi attraverso comportamenti di evitamento (“inizio tra cinque minuti”, “prima il videogioco”), fuga (alzarsi continuamente, chiedere di andare in bagno, saltare la scuola), ricerca eccessiva di rassicurazioni (chiedere continuamente conferme a genitori e insegnanti), distrazione apparente o prevenzione negativa (“andrà sicuramente male”). Quest’ultima è particolarmente insidiosa: una bassa autoefficacia può trasformarsi in profezia che si autoavvera.
Un segnale tipico? La difficoltà emerge soprattutto a scuola e meno a casa, dove il contesto è più protetto. Comprendere questi meccanismi è il primo passo per non interpretare i comportamenti come svogliatezza o disinteresse.
Parlare di DSA in classe:
Un altro tema centrale è come spiegare alla classe cosa siano i DSA. La trasparenza, se gestita con sensibilità, può favorire un clima inclusivo. Un esempio di discorso semplice e chiaro può partire dall’idea che i DSA rappresentano “modi diversi di imparare a leggere, scrivere e fare i calcoli”. È importante sottolineare che i bambini con DSA sono intelligenti e che tutti, in fondo, abbiamo punti di forza e di debolezza. Alcuni usano strumenti diversi perché il loro cervello attiva aree differenti o le attiva in modo diverso. L’obiettivo non è creare privilegi, ma offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per apprendere.
Costruire una cultura della diversità significa aiutare l’intero gruppo classe a comprendere che l’equità non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno ciò che serve.
Il metodo di studio non è universale
Uno dei messaggi più forti è che non esiste un metodo di studio valido per tutti. L’unico criterio è che funzioni per quella persona. Ogni ragazzo ha un proprio modo di approcciarsi allo studio, fatto di punti di forza e aspetti da migliorare. Per questo è fondamentale partire dalla pianificazione e dall’organizzazione: diario, agenda cartacea o digitale, gestione dei tempi e delle priorità. Senza una struttura, l’ansia aumenta e la motivazione cala.
Il secondo passo riguarda le strategie. Cosa fa il ragazzo davanti a un testo? Legge e ripete? Costruisce schemi? E questi schemi lo aiutano o lo affaticano? Quanto tempo impiega? Si distrae? Sta comprendendo ciò che studia? Quali aspettative ha di sé? Concentrarsi esclusivamente sulle difficoltà rischia di minare ulteriormente la motivazione. I ragazzi sono già consapevoli di ciò che non funziona. Più utile è valorizzare i punti di forza e mostrare concretamente che, pur nella fatica, possono farcela.
Un principio chiave è sostenere l’autoefficacia: il messaggio implicito deve essere “so che è difficile, ma insieme troviamo il modo giusto”.
Gli stili di apprendimento: una ricchezza da conoscere
Gli stili di apprendimento rappresentano le modalità preferite con cui una persona percepisce, elabora, immagazzina e recupera le informazioni. Non sono etichette rigide, ma descrizioni dinamiche e in evoluzione. Ogni individuo può utilizzare più canali sensoriali. In genere si distinguono quattro tipologie principali: Visivo-verbale (preferenza per la lettura e la scrittura), Visivo-non verbale (immagini, mappe, schemi), Uditivo (ascolto, spiegazioni orali), Cinestetico (movimento, esperienza pratica).
Sapere che uno stile è “preferenziale” non significa che sia esclusivo. Con il tempo e con le esperienze, i ragazzi possono ampliare le proprie modalità di apprendimento. Riconoscere questa varietà aiuta insegnanti e genitori a proporre strumenti più mirati.
Strumenti compensativi e misure dispensative: cosa sono e cosa non sono
La Legge 170/2010 e le successive Linee Guida del MIUR del 2011 stabiliscono l’obbligo per le scuole di introdurre strumenti compensativi e misure dispensative per gli studenti con DSA.
Gli strumenti compensativi non sono facilitazioni né vantaggi. Non rendono la materia più semplice, ma permettono di aggirare la difficoltà specifica legata al disturbo, come fanno gli occhiali per chi ha un deficit visivo. E, come gli occhiali, possono cambiare nel tempo. Tra le misure dispensative rientrano, ad esempio: evitare la lettura ad alta voce, ridurre l’uso del corsivo, dispensare dal copiare dalla lavagna, concedere più tempo nelle verifiche, programmare le interrogazioni, preferire prove orali o digitali.
Gli strumenti compensativi possono includere: caratteri ad alta leggibilità, spaziature adeguate, guide per la lettura, schemi e mappe concettuali, sintesi vocale, software specifici. Per la scrittura, il computer con correttore ortografico o programmi di riconoscimento vocale; per il calcolo, linee dei numeri, tavole pitagoriche, formulari, calcolatrici (anche parlanti) e fogli di calcolo.
Le nuove tecnologie rappresentano una risorsa preziosa. Esistono software gratuiti che supportano lo studio attraverso la sintesi vocale, piattaforme per creare mappe mentali personalizzate e siti che convertono testi in file audio in diverse lingue. Strumenti che non sostituiscono l’impegno, ma lo rendono sostenibile.
Oltre la diagnosi: costruire alleanze educative
Il successo formativo dei ragazzi con DSA passa attraverso un’alleanza educativa tra scuola e famiglia. Informazione, comunicazione e coerenza sono fondamentali. Riconoscere la fatica senza amplificarla, sostenere l’autostima, valorizzare i talenti, adattare le richieste senza abbassare gli obiettivi: è un equilibrio delicato ma possibile.
In una scuola che punta all’inclusione, i DSA non sono un ostacolo da aggirare, ma un’occasione per ripensare le pratiche didattiche in chiave più flessibile e personalizzata. Perché, come è stato ricordato durante l’incontro, non esiste un solo modo di imparare. E aiutare ogni ragazzo a trovare il proprio significa, in fondo, fare buona educazione per tutti.
Se hai bisogno di aiuto puoi contattare il nostro CENTRO ASTROLABIO a Novate Milanese.




