Che cosa vediamo quando parliamo di Enti del Terzo Settore ETS? E soprattutto: quale immaginario accompagna oggi il loro ruolo nel welfare?

L’occasione è nata dall’invito rivolto alla cooperativa sociale Koinè dall’Università di Milano-Bicocca a co-condurre un laboratorio all’interno di un Master pensato per rafforzare le competenze strategiche, organizzative e operative di chi, negli ATS e nei Comuni, coordina e programma i sistemi locali di welfare. Al lavoro ha partecipato un gruppo di 25 persone con ruoli apicali negli ambiti territoriali sociali di Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia-Romagna: una cornice particolarmente significativa per mettere alla prova Specie Rare come strumento culturale e narrativo capace di aprire confronto sull’immaginario del Terzo Settore e del lavoro sociale.

A partire da quella cornice, abbiamo proposto una provocazione semplice — “Se gli ETS fossero una specie animale, quale sarebbero?” — invitando i partecipanti ad usare il linguaggio simbolico della campagna per interrogare l’immaginario che oggi accompagna il Terzo Settore e il lavoro di cura. Sono comparsi zoo, giungle, api, delfini, gorilla, polpi, rondini, muli da soma, unicorni e dinosauri: metafore diverse, talvolta contraddittorie, ma tutte capaci di raccontare qualcosa del rapporto tra istituzioni pubbliche, organizzazioni sociali e comunità. Le immagini hanno aperto molte piste di riflessione: sul modo in cui il Terzo Settore viene guardato, sul ruolo che assume nei sistemi di welfare, sulle aspettative che lo circondano e sulle contraddizioni che attraversano il suo lavoro quotidiano.

La prima pista riguarda lo sguardo. Vedere gli ETS come realtà collocate dentro uno zoo o una riserva significa interrogarsi su chi costruisce i recinti, chi stabilisce le regole, chi osserva e chi viene osservato. Il Terzo Settore può apparire come un soggetto da governare, contenere o nutrire quando serve; ma anche l’ente pubblico può ritrovarsi dentro confini rigidi, amministrativi e procedurali, incapace di abitare davvero la complessità sociale.

Una seconda pista riguarda il lavoro che tiene in piedi l’ecosistema. Le api hanno richiamato l’operosità quotidiana, spesso invisibile, di educatrici, educatori, ASA, OSS e operatori sociali: persone che producono cura, presenza, legami e servizi senza le quali molti territori sarebbero più fragili. Accanto a questa immagine, però, sono comparsi anche i muli da soma: perché quel lavoro essenziale è spesso anche fatica, sottopagamento, turn over, frammentazione e riconoscimento insufficiente.

Una terza pista, molto forte, riguarda l’intelligenza degli ETS. Le scimmie e i primati hanno evocato esperienza, apprendimento, capacità di adattamento ed evoluzione: qualità che appartengono a molte organizzazioni del Terzo Settore, abituate a leggere bisogni complessi e a inventare risposte dove le soluzioni standard non bastano. Ma la figura della scimmietta da circo ha introdotto un’ambivalenza decisiva: questa intelligenza viene riconosciuta come pensiero e proposta, oppure viene addestrata a eseguire decisioni prese altrove?

Attorno a queste immagini principali, altre metafore hanno arricchito il quadro. La giungla ha ricordato che il Terzo Settore non è un mondo omogeneo: convivono realtà virtuose e meno virtuose, esperienze innovative e soggetti più concentrati sulla difesa di posizioni acquisite. I delfini e i polpi hanno raccontato la capacità di leggere bisogni sommersi, muoversi tra rigidità amministrative e inventare soluzioni. L’unicorno ha richiamato il rischio di mitizzare gli ETS, perdendo di vista la concretezza e la varietà delle organizzazioni reali. I dinosauri, al contrario, hanno evocato soggetti grandi e storici che, pur avendo avuto un ruolo importante, possono talvolta risultare poco generativi o troppo legati ad assetti consolidati.
Infine, le rondini hanno consegnato l’immagine più fragile. Ci sono, poi migrano. Come accade quando i servizi finiscono, quando gli operatori se ne vanno, quando il lavoro sociale perde continuità, desiderio e riconoscimento.

È qui che il gioco delle metafore smette di essere solo un esercizio creativo e diventa una domanda politica: che cosa rischiamo di perdere se non riconosciamo il valore del lavoro sociale e la qualità delle relazioni che tengono insieme il welfare?

Più che cercare una classificazione, il laboratorio ha quindi posto una questione di responsabilità. Il welfare si costruisce riconoscendo la complessità dell’ecosistema, curando le relazioni tra le sue parti, nominando le asimmetrie di potere, pretendendo qualità, sostenendo il lavoro, aprendo spazi veri di corresponsabilità.
In questo senso, il laboratorio ha mostrato una possibile evoluzione di Specie Rare: da campagna di comunicazione a linguaggio condiviso per aprire confronto, formazione e consapevolezza. L’invito dell’Università di Milano-Bicocca a co-condurre questo lavoro dentro un contesto di alta formazione conferma che la crisi del lavoro sociale può diventare materia di riflessione pubblica, educativa e culturale. Non riguarda soltanto la difficoltà di trovare educatrici, educatori, operatori sociali, riguarda il modo in cui una società guarda a questi lavori e ne riconosce il valore pubblico.

Per questo c’è bisogno di continuare a porre domande, generare confronto e costruire nuove narrazioni capaci di restituire valore, dignità e futuro al lavoro sociale.
Perché in fondo la domanda non è soltanto che Specie siano gli ETS. La domanda è che ecosistema vogliamo costruire insieme.

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